Il tempo stringe

Il Tempo per Carla Guidi.

Il tempo non è affatto ciò che sembra. Non scorre in una sola direzione e il futuro esiste contemporaneamente al passato (Albert Einstein)

Tentare una definizione del tempo è questione assai complessa, sia che il termine si riferisca ad una constatazione reale (in qualsiasi modo possa definirsi la realtà) o scientifica, oppure si riferisca alle sue coniugazioni linguistiche/variabili culturalmente.

Non sta a me scalfire l’idea che ancora ci facciamo (noi profani) della scienza, un ideale che non esiste più nella realtà (se è mai esistito per davvero nella pratica scientifica) ma sopravvive nei nostri pregiudizi intorno ad essa. Carlo Rovelli risponde a questi ed altri interrogativi con un libro sorprendente L’ordine del tempo (Adelphi, 2017), sdoganando il tempo da ogni definizione, se non quella di essere ancora un mistero. Si legge infatti in quarta di copertina: – … un mistero non solo per ogni profano, ma anche per i fisici, che hanno visto il tempo trasformarsi in modo radicale, da Newton a Einstein, alla meccanica quantistica, infine alle teorie sulla gravità a loop, di cui Rovelli stesso è uno dei principali teorici. Nelle equazioni di Newton era sempre presente, ma oggi nelle equazioni fondamentali della fisica il tempo sparisce. Passato e futuro non si oppongono più come a lungo si è pensato. E a dileguarsi per la fisica è proprio ciò che chiunque crede sia l’unico elemento sicuro: il presente … – 

A questo proposito un interessante libro di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo pone la questione in ambito sociologico, sul perché siamo così ossessionati dallo scorrere del tempo – Prigionieri del presente. Come uscire dalla trappola della modernità (Einaudi 2018) e sembra voler rispondere al disagio di questo schiacciamento, tra memoria del passato e progettualità futura, annegate entrambe nell’ipertrofia del presente. Dimensioni scomparse anche dal linguaggio/pensiero, degradate entrambe in un nuovo analfabetismo, nel tic tac ossessivo dell’adattamento compulsivo (quanto superficiale) al falso mito del progresso e dell’esistenza in vita, ridotto al presentismo digitale del soggetto (schedato dall’industria Big Data) infine nella trasformazione/regressione dei sentimenti in pulsioni, anche collettive, nel confronto invidioso, nelle paure indiscriminate …

Nell’antica Grecia erano quattro le parole ad indicare il tempo: Κρόνος (Kronos), καιρός (Kairos), αἰών (Aion) e ἐνιαυτός (Eniautos). Kronos connotava il tempo sequenziale, misurabile quantitativamente; Kairos denotava un tempo indeterminato, un momento opportuno, connotabile qualitativamente; Aion (o Eone) nell’antica cosmologia greca simboleggiava l’eternità, il tempo infinito delle ere di una divinità primigenia; Eniautos infine stava ad indicare il tempo ciclico, rappresentato dalle stagioni e fortemente collegato alla dea Terra. Quest’ultima concezione del tempo ciclico ci rammenta le parole di Mircea Eliade, cioè che in tutte le religioni di tipo cosmico la vita religiosa consisteva proprio nell’esaltazione della solidarietà dell’uomo con la vita e la natura, cosa che abbiamo provveduto presto ad estinguere, con gravi conseguenze sotto gli occhi di tutti. Abbiamo perduto anche il contatto con il tempo di Kairos, il tempo qualitativo, della riflessione, della creazione, degli incontri e delle occasioni, perché oggi sembra prevalere la ferocia di Krónos, il tempo tiranno, inesorabile e quantitativo segnato dagli orologi e registrato nella nostra ansia.

Krónos era il dio al quale era stato profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe sostituito, così cercò di evitare il destino, divorandoli tutti al momento della nascita. Ricordiamo l’opera in questione di Goya; un mostro con gli occhi sgranati dalla follia, tiene con le mani un piccolo corpo acefalo e sanguinante di cui si sta cibando, contraddicendo la mitologia che prevedeva ingoiasse i suoi figli interi.

Si dice che Goya avesse tratto ispirazione, per questo dipinto, da un’opera sullo stesso tema del pittore Rubens del 1636, dove si vede un vecchio malvagio che morde a sangue un bambino sul petto, all’altezza del cuore; un bambino in preda ad un terrore allucinato, come chi non si sarebbe mai aspettato di ricevere la morte dal proprio padre. Sigmund Freud aveva chiamato questo un pre-sentimento inquietante, non accettato subito dalla mente Das Unheimliche (il perturbante). Un termine concettuale per esprimere una particolare emozione che si sviluppa quando una cosa, una persona o una situazione, viene avvertita come familiare ma, allo stesso tempo, estranea e pericolosa, cagione di angoscia e di un’opprimente confusione mentale. 

Nel mio libro Estetica anestetica – Il corpo, l’estetica e l’immaginario nell’Italia del Boom economico e verso gli anni di Piombo (Robin edizioni 2018) prendo in esame proprio questo passaggio fondamentale di quegli anni, nelle arti e nella cultura in generale, ben descritto dall’opera del filosofo francese Guy Debord – La società dello spettacolo (La Société du Spectacle1967). Il cattivo sogno della società incatenata è la mistificazione della moderna società delle immagini, ipnotiche ed anestetiche, volta a giustificare i rapporti sociali di produzione vigenti, mentre il consumismo non viene percepito come sofferenza, ma come godimento condiviso e redistribuzione del benessere. 

Nel mio libro, a questo proposito, parlo anche di Porcile un film del 1969 diretto da Pier Paolo Pasolini. Nel film i figli venivano sacrificati in vario modo, sia che questi fossero disobbedienti sia che questi non fossero né obbedienti né ribelli, ma assolutamente passivi ed apatici, come rispettivamente i protagonisti dei due episodi dei quali è composto. Tenuto insieme dalla bellezza delle immagini, dei paesaggi, delle inquadrature, non sarà riscattato dal puro estetismo offerto provocatoriamente alla famelica critica dei più. Le storie narrate sembrano girare come in una giostra, dove tutto si equivale, cani e porci in un mondo che divora ed è divorato, testimoniando la stessa brutalità e la stessa totale assenza di umanità attraverso la metafora di una quotidianità, già allora, ormai insopportabile. 

Ancora a livello sociologico, non si può non citare Zygmunt Bauman che, all’interno della nostra società umana, ormai globalizzata, multiforme e stratificata, ha paragonato il concetto di modernità e postmodernità rispettivamente allo stato solido e liquido della società stessa. Nei suoi libri sostiene che l’incertezza, che attanaglia la società moderna, deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori, mentre la chiave interpretativa della contemporaneità e dei relativi disagi psicologici ad essa connessi, sarebbe da ricondurre alle caratteristiche della rivoluzione digitale. Un mezzo questo di democratizzazione della cultura e di grande aiuto alla ricerca, allo studio, ma che purtroppo, interagendo con le peculiarità della società liquida, decade spesso in narcisismo, sensation seeking, rinuncia al futuro, depressione e perdita di lucidità mentale. 

Il non avere tempo equivale purtroppo e spesso a “il non avere identità, dignità, umanità” di tante persone abituate, non tanto a correre, quanto piuttosto ad essere sballottate, gettate da un impegno all’altro, da un oggetto all’altro, anch’esse oggetti fra gli oggetti, se non addirittura rifiuti, sacrificati con violenza, soprattutto donne e bambini, mentre l’omogeneizzarsi diffuso indica l’assorbimento passivo dovuto ai modelli culturali e di condotta prevalenti in un dato contesto sociale o sub-cultura, passo precedente alla spersonalizzazione ed alienazione. Infatti il punto di riferimento morale, con la fine delle “grandi narrazioni” del Novecento, cioè delle ideologie, ha reso impossibile la pretesa di verità assolute, quindi questa assenza o frantumazione dell’etica, ha smantellato le sicurezze e fatto perdere la certezza del diritto, della cura, dell’educazione, lasciando spazio all’industria della paura e quindi alla conseguente ricerca d’identità anche attraverso il possesso di oggetti. 

Oggetti feticci che si inseriscono metonimicamente, da Marx a Massimo Recalcati, nel celebre “discorso del capitalista” – Nella precarizzazione attuale della vita, la fede nell’oggetto feticcio, nell’oggetto marca, nell’oggetto-idolo, nell’oggetto che promette la guarigione dal dolore di esistere, vacilla drammaticamente sotto i colpi sordi di un immiserimento e di una spogliazione mentale e sociale dell’esistenza. Quello che non possiamo non vedere è che, anziché liberare il desiderio dai suoi vincoli materiali, morali e dalle sue inibizioni sociali, insomma dalla sua nevrosi, il discorso del capitalista lo ha piuttosto ucciso, lo ha spianato sotto il rullo di una rincorsa disperata verso un godimento tanto necessario quanto privo di soddisfazione. – Massimo Recalcati – Ritratti del desiderio (Milano – Raffaello Cortina editore 2012). 

Tracciando una linea di confine tra questi oggetti ed il cosiddetto oggetto artistico, il discorso sarebbe stimolante ma complesso, a cominciare dall’interessante ricerca di Horst Bredekamp – Immagini che ci guardano. Teoria dell’atto iconico – (Raffaello Cortina Editore Milano 2015) che ha sviluppato nell’ambito della fenomenologia, una teoria dell’atto iconico complementare a quella dell’atto linguistico.

Intanto però dovremmo tener conto, non solo dell’invasione degli oggetti, ma soprattutto della sempre più irritante ed ipnotica proliferazione delle immagini e della loro forza intrinseca, innescata dall’industria dell’intrattenimento; immagini che esasperano anziché tranquillizzare, soprattutto se usate dalla rappresentazione politica del potere per i suoi scopi. L’utilizzo violento delle immagini, rappresenta il segno di una guerra asimmetrica poiché (soprattutto attraverso i nuovi media) assolvono alla funzione di innescare processi mentali capaci di influenzare più massicciamente che in passato.

Ci salverà il linguaggio dell’arte da tutto questo? 

Sappiamo da S. Freud che “l’inconscio non conosce tempo” cioè si ripete sempre uguale a se stesso e non si fa influenzare dal tempo cronologico del mondo esterno. Si può dire che l’inconscio è paradossale ed eterno, comune a tutta l’umanità, come ha osservato C.G. Jung; così come altri, dal freudo/marxismo di W. Reich ad A. Lowen, hanno concluso essere legato alla rappresentazione profonda del corpo. 

Tra i più famosi … lo stesso S. Freud nello scritto Il poeta e la fantasia, J. Lacan quando tratta dell’arte come “organizzatrice del vuoto” o D. W. Winnicott della creatività come esplorazione di uno “spazio stransizionale” hanno individuato negli artisti la capacità di navigare in queste acque profonde e poi riemergere, con un messaggio originale, che conserva la dimensione dello spazio e del movimento, storicizzato nel tempo della società a cui si riferisce ma anche, sorprendentemente, anticipa temporalmente eventi ed anche concetti innovativi della dimensione scientifica. 

Giulio Carlo Argan nella sua Storia dell’arte italiana così aveva già commentato – L’arte è al livello più alto del pensiero immaginativo, come la scienza al livello più alto del pensiero razionale.

Il titolo di questo mio articolo, spiace dirlo, vuole anche sottolineare non solo la crudeltà del tempo Krónos che ci perseguita ma anche, forse soprattutto, che prevedibilmente il tempo avvenire si presenta sempre più stretto, soprattutto se continuiamo a distruggere l’ambiente in cui viviamo ed a farci condizionare dal vecchio paradigma che ci ossessiona, senza crearne uno nuovo … con un chiaro riferimento all’etica ed alla responsabilità individuale. Essa sola infatti crea la società democratica, poiché siamo in tale società solo in virtù del nostro essere morali e disposti a prendercene l’onere e la responsabilità, con cura e leggerezza, poiché l’atto morale è l’antitesi del potere e della sua logica violenta. 

E’ questa debolezza, questa arrendevolezza a permetterci di creare quello spazio simbolico dove hanno origine i linguaggi e le loro trasformazioni nel tempo, ad opera soprattutto degli artisti e dei poeti, ma non solo. 

Carla Guidi
www.carlaguidi-oikoslogos.it
www.dailygreen.it/author/carla-guidi

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